Palazzo Mirelli di Teora

Storia e Architettura

MAGNIFICO SOPRA TUTTI

Un esempio di Barocco Napoletano

Edificato nel 1600 per volontà del Duca di Caivano, segretario del Regno di Napoli, Palazzo Mirelli di Teora, di cui il primo nome è Palazzo Barile di Caivano, è definito il palazzo più bello della riviera di Chiaia di Napoli.

Il disegno fu del Cavaliere Cosimo Fanzago uno dei più importanti architetti e scultori italiani del Seicento, promotore dello sviluppo di un’originale versione locale del barocco, tra le cui opere si annoverano il chiostro della Certosa di S. Martino, la chiesa del Gesù Nuovo, le chiese di S. Francesco Saverio e della Sapienza, la cappella del Palazzo Reale e i palazzi nobiliari napoletani tra cui il maestoso palazzo di Donn’Anna Carafa a Posillipo, palazzo Zevallos su via Toledo e Palazzo Barile di Caivano. Nel 1632, malgrado fosse ancora da completare, il palazzo fu definito da Gian Vincenzo Imperiali, un poeta e scrittore italiano noto per aver composto il poema Lo stato rustico, “magnifico sopra tutti” per le statue che vi si adunavano.

Cosimo Fanzago non riuscì a completare l’opera, che venne portata avanti da Ferdinando Sanfelice architetto, pittore e nobile italiano di epoca barocca, attivo a Napoli, Nardò e Salerno all’inizio del XVIII secolo,
uno degli architetti più creativi del Settecento napoletano, famoso soprattutto per l’invenzione dei grandiosi scaloni aperti, tipici di molti palazzi storici di Napoli, frutto della sua originalissima rivisitazione di modelli quattrocenteschi. Tra i suoi progetti più noti c’è la ricostruzione della chiesa di Santa Maria Succurre Miseris (1719), il palazzo di via Vergini, poi detto “dello Spagnolo”, commissionatogli dal marchese Moscato di Poppano (1724-26), il celebre palazzo di famiglia nel rione Sanità (1728) e il Duomo di Amalfi. Sanfelice aggiungendo la scala aperta e le decorazioni diede al palazzo l’aspetto tipico del barocco napoletano. Purtroppo, il palazzo fu sottratto nel corso degli anni delle statue bellissime che andarono poi perse. Dell’antico splendore non è rimasto che l’architettura, la scala e gli androni davvero magnifici.

Il palazzo fu completato nel 1703 sotto Carlo Mirelli principe di Teora, cui ne acquisì la proprietà a seguito della scomparsa sia del Duca di Caivano che il suo Figliolo, primi proprietari. In seguito il principe di Teora affittò il palazzo all’ambasciatore dell’impero asburgico, conte von Kaunitz Rittberg.

Nel 1768 una lunga serie di festeggiamenti pubblici e privati, durati diverse settimane, celebrarono le nozze del sovrano Ferdinando IV di Borbone con Maria Carolina d’Asburgo Lorena. È nell’ambito di queste celebrazioni che l’ambasciatore asburgico Ernst Rietberg conte von Kaunitz organizzò due sontuosi ricevimenti nei giorni 12 e 15 di giugno «uno in gala, con cena, l’altro in maschera, decorate con la magnificenza conveniente ad una occasione cotanto luminosa, e scelto avendo a tale effetto il Palazzo del Sig. Principe di Teora, situato alla Spiaggia della deliziosa marina di Chiaja verso Posilipo, quivi per rendere più spazioso il luogo, volle che nel contiguo giardino inalzata fosse una gran Sala per il Ballo […].L’Idea Poetica dell’opera, Invenzione e disegno fu di D. Luigi Vanvitelli Architetto di Corte di S.M. il Re delle due Sicilie»; le parole sono trascritte dal manoscritto autografo di Vanvitelli, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli. Nella Narrazione delle Feste date in Napoli da S.E. Il Sig. Conte Ernesto di Kaunitz Rittberg Ambasciatore Straordinario delle LL. M.M. Imperiali Reali Apostoliche in occasione del Sposalizio di S.M. Ferdinando IV Re delle Due Sicilie con la Serenissima Altezza Reale Maria Carolina Arciduchessa d’Austria. L’anno MDCCLXVIII (Sezione Manoscritti e rari, ms. XV.A.8/6) viene descritto l’allestimento che prevedeva non solo il progetto della sala da ballo ma anche un nuovo e temporaneo prospetto. Degli imponenti apparati da festa si conservano tre disegni, oggi al Metropolitan Museum di New York, che raffigurano il prospetto, una sezione longitudinale e le decorazioni del soffitto della sala da ballo.

I disegni sono realizzati su carta filigranata a penna con inchiostro grigio-nero, acquarellati in grigio, su disegno a mano libera a matita e compasso e linee di costruzione rigate a matita; la scala di 50 palmi napoletani è posta al centro del bordo inferiore, Le iscrizioni in francese avvalorerebbero l’ipotesi per cui le figurazioni vennero realizzate per la corte austriaca, dove il francese era una lingua di corte. Alcuni errori relativi all’omissione degli accenti nonché l’indicazione del nome della sposa come Maria Carlotta inducono a pensare che siano stati realizzati da uno degli assistenti di Vanvitelli, quali studi per le incisioni per la prevista e mai realizzata versione a stampa della Narrazione. Il prospetto effimero, lungo 200 palmi e alto 70 (circa 53 x 18 m), caratterizzato da una composizione simmetrica, presenta tre corpi leggermente aggettanti evidenziati da coppie di colonne ioniche binate.

Composizione delle tavole per l’allestimento dei festeggiamenti per le nozze di Ferdinando IV e Maria Carolina a palazzo Mirelli di Teora residenza del conte di Kaunitz, New York, Metropolitan Museum (Luigi Vanvitelli 2000).

Il disegno si compone non solo della vista in alzato, ma anche della pianta realizzata alla quota del primo livello. Il basamento, con zoccolo liscio e bugnato a corsi orizzontali, è scandito dall’alternarsi di nicchie e paraste. Il fronte presenta un solo livello con concatenazione di colonne ioniche e alette. Gli archi a tutto sesto tra le colonne accolgono nove balconi con balaustre; le aperture presentano alti vani rettangolari con cornici modanate e timpani triangolari. L’alto cornicione disegna, nella parte mediana del fronte, un grande arco che accoglie la loggia absidata coperta da una semi calotta sferica. Qui due fame alate sorreggono un medaglione ovale con le raffigurazioni della Pace e della Giustizia abbracciate. Altri due medaglioni, circolari, collocati alle estremità del fronte, accolgono il ritratto del primo imperatore austriaco Rodolfo I e di Giuseppe II, allora regnante. Una balaustra, a coronamento della composizione, è ritmata da sedici piedistalli con altrettante statue delle virtù ed è interrotta, centralmente, da due volute rialzate a sostegno dello stemma degli Asburgo. Nella Narrazione si legge che le sedici colonne erano dipinte ad imitazione del marmo giallo antico e che l’imponente scenografia venne illuminata le sere delle feste con cinquantuno candele e oltre seimilacinquecento grandi lampade in cristallo alimentate ad olio. I due disegni dedicati alla sala da ballo rappresentano un ambiente lungo 142 e largo 83 palmi (circa 37 x 22 m), così descritto da Vanvitelli: «Li due Lati paralleli si univano agl’estremi con due semicircoli perfetti, alla guisa di Circo Antico» (Narrazione). La sezione longitudinale mostra il ricco apparato decorativo fatto di drappi, candelabri, ghirlande di fiori, di alloro e di palme che con le architetture dipinte e gli elementi effimeri contribuiscono alla costruzione del grandioso allestimento. La sala si compone di uno spazio centrale riservato al ballo e perimetrato da dieci colonne composite e altrettanti archi a tutto sesto su cui insiste una volta a botte raccordata alle estremità a due semi calotte sferiche. Tutt’intorno sei ordini di sedili accessibili da sei gradinate poste in prossimità dei piedistalli delle colonne, al di sotto dei quali il nostro realizza dei corridoi utili all’attraversamento longitudinale della sala. Due gli ingressi, simmetricamente disposti e intercettati nella sezione longitudinale, al di sopra dei quali Vanvitelli colloca due orchestre. Sulle pareti è dipinta una ricca e articolata composizione architettonica fatta di colonne, pilastri, archi, balaustre e drappeggi. In primo piano un portico su due livelli caratterizzato da un’alta trabeazione con archi siriaci sostenuti da coppie di colonne binate che replicano, in dimensioni maggiori, quelle reali. In lontananza, un secondo portico caratterizzato da una galleria aperta con colonne binate tuscaniche a sostegno di una terrazza scoperta delimitata da una balaustra con piedistalli ornati da vasi. L’andamento rettilineo del portico si arresta nella parte mediana, per articolarsi in due esedre visibili attraverso gli archi dipinti in primo piano. L’intento è quello di creare, mediante le architetture dipinte, l’illusione di uno spazio più ampio che travalica il limite fisico della parete. Si noti come siano ovviamente distinguibili, nel disegno della sezione, le architetture reali da quelle illusorie. Le prime sono rappresentate in proiezione ortogonale, fedeli al principio proiettivo della figurazione, mentre le seconde sono raffigurate in prospettiva, così come dovevano essere realizzate per alludere allo spazio immaginario. L’allestimento prevedeva la realizzazione di statue, in finto marmo, ritraenti Apollo e le nove Muse poste su alti piedistalli, mentre le specchiature del soffitto, dalle diverse geometrie, accolgono al centro il dipinto delle Nozze di Amore e Psiche e, tutt’intorno, «le altre Deità con le loro Compagne concorse tutte a corteggiare il Luminoso sposalizio» (Vanvitelli, Narrazione).

In seguito il principe di Teora affittò il palazzo all’ambasciatore del Marocco.

Il palazzo ebbe come ospiti i più illustri personaggi dell’epoca, tra cui il filosofo inglese Shaftesbury, che proprio qui passò a miglior vita e Lord Baltimore, cioè Federico Calvert, altro celebre scrittore inglese. Nel 1770 pare abbia suonato Mozart in persona.

Nel 1860 lo zar Alessandro II, ospite del Marchese Nunziante, sposò in un matrimonio morganatico nell’appartamento principesco del primo piano, la cognata del Marchese, Luisa Vulcano, principessa di Dolgoronky.

Il palazzo ha dato il nome alla strada che porta fin su corso Vittorio Emanuele e che termina alla sua sinistra: via Arco Mirelli. Infatti esisteva un arco che univa il palazzo con le case adiacenti, sostituite nel XIX secolo dal palazzo Guevara di Bovino. L’atrio che dà accesso al primo cortile e la galleria di accesso al secondo cortile sono coperti da volte a sesto ribassato realizzate con archi e pilastri in piperno. La scala è aperta al primo livello con bella balaustra che inquadra lo stemma gentilizio e decorazioni che vi si facevano a quell’epoca. Il portale è sorretto da due colonne del tempio di Serapide di Pozzuoli.

Nel 1959, il palazzo Mirelli fu dichiarato con un decreto del Ministeri della Pubblica Istruzione di interesse nazionale e trascritto come tale nella Conservatoria dei registri immobiliari.